In partenza il workshop sulla violenza di genere, un tema centrale negli interventi umanitari

In partenza il workshop sulla violenza di genere, un tema centrale negli interventi umanitari

“GBV: concetti chiave della violenza di genere, principi e approcci”, è il prossimo workshop di INTERSOS Lab che si svolgerà il 27 gennaio in modalità mista, in presenza o da remoto, e si rivolge a studenti e studentesse universitari e operatori ed operatrici interessati ad approfondire la loro conoscenza dei concetti fondamentali della violenza di genere.

La giornata di formazione, in cui non mancherà lo spazio per una parte operativa di analisi e simulazione di casi concreti, ha l’obiettivo di fornire ai partecipanti conoscenze e competenze per consentire una maggiore comprensione del fenomeno – identificando le sue cause, i fattori esacerbanti, le diverse forme in cui si manifesta, a quali conseguenze conduce per le persone sopravvissute –, una consapevolezza degli approcci da adottare e dei principi fondamentali che guidano i servizi e le attività previste dagli interventi di prevenzione e contrasto alla violenza di genere, oltre agli strumenti per riconoscere l’emersione della violenza e indirizzare ai servizi di supporto. 

Il workshop è tenuto da Giulia Menegatti, Gender-Based Violence (GBV) Specialist che dal 2017 lavora con INTERSOS come progettista e manager di progetti volti alla protezione e all’empowerment di donne migranti e minori stranieri non accompagnati sopravvissuti a violenza sessuale e di genere tra cui, dal 2020 al 2022, il progetto “REST – Resilient Strategies for Young Migrants GBV survivors”, realizzato in partenariato con il Comune di Roma.

Come sottolinea la formatrice del corso, “la violenza di genere è presente ovunque, seppur con caratteristiche diverse a seconda del contesto. In particolare, nei contesti migratori le persone migranti – e in primis le donne e le ragazze – si trovano in una condizione di estrema vulnerabilità data da fattori come la mancanza dei documenti, le barriere linguistiche, l’informalità del viaggio o la situazione di precarietà in cui versano, che le espone fortemente ai rischi di violenza di genere, abusi e sfruttamento. Il rischio aumenta ulteriormente per coloro che intraprendono il viaggio sole e non possono quindi contare su una rete familiare o amicale di sostegno e protezione. Come sappiamo, il rischio di violenza è presente però anche nei Paesi di destinazione. 

In questo contesto – ed in generale nei contesti di emergenza – è essenziale che tutti gli operatori e le operatrici umanitarie, che attraverso il loro ruolo entrano in contatto quotidianamente con persone sopravvissute o potenzialmente esposte al rischio di violenza di genere, siano preparate a dare un primo sostegno empatico e non giudicante ad una persona sopravvissuta a violenza quando ricevono una richiesta di aiuto. 

Conoscere i concetti chiave della violenza di genere, le sue cause e possibili conseguenze sulla persona sopravvissuta, sulla sua famiglia e sulla comunità è inoltre importantissimo per poter pianificare e implementare interventi volti a prevenire e contrastarne gli effetti in maniera efficace”.

Per chiunque voglia operare in ambito umanitario, dunque, è evidente che una formazione di base sulle questioni relative alla violenza di genere, che incidono e impattano in modo trasversale in ogni progetto umanitario – che abbia questo al centro del proprio intervento la salute e la nutrizione, la “protection” o l’educazione – sia imprescindibile per gestire in modo professionale l’emersione di casi di violenza di genere e per implementare attività che siano protettive e attente ai bisogni dei beneficiari e delle beneficiarie.

“In questo senso, penso sia essenziale integrare una dimensione di genere in tutte le fasi dell’intervento umanitario, a partire dalla fase iniziale di assessment e pianificazione, al fine di rimuovere quegli ostacoli che potrebbero impedire a donne e ragazze di accedere e beneficiare dei servizi offerti e di ridurre i rischi di violenza. 

Per fare un esempio concreto, nel design di un servizio di supporto sanitario o nell’individuazione di servizi sanitari nel territorio a cui orientare le utenti in caso di necessità, è importante considerare la presenza nel team di personale femminile. Infatti, la presenza di staff esclusivamente maschile può rappresentare per molte donne una barriera culturale e limitare il loro utilizzo del servizio.

Se non adottiamo una prospettiva di genere nella pianificazione, realizzazione e valutazione dei progetti corriamo il rischio di offrire servizi o attività poco accessibili ed efficaci, o di esporre chi vi accede a rischi di violenza o discriminazione che non abbiamo precedentemente valutato”, conclude Menegatti.